La meleagrina, Primo Levi

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,

Che cosa sai di queste mie membra molli

Fuori del loro sapore? Eppure

Percepiscono il fresco e il tiepido,

E in seno all’acqua impurezza e purezza;

Si tendono e distendono, obbedienti

A muti intimi ritmi,

Godono il cibo e gemono la loro fame

Come le tue, straniero dalle movenze pronte.

E se, murata fra le mie valve pietrose,

Avessi come te memoria e senso,

E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?

Ti rassomiglio più che tu non creda,

Condannata a secernere secernere

Lacrime sperma madreperla e perla.

Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,

Giorno su giorno la rivesto in silenzio.

 

Da P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti 1984, p. 72.

Un nuovo saggio su Luciano Cecchinel: “Poesia. Ecologia. Resistenza” di Paolo Steffan (VIDEO)

Conegliano---Steffan-Cecchinel-Mandolini

Dopo il volume Marsilio, La parola scoscesa a cura di Alessandro Scarsella, un saggio monografico che indaga e racconta le identità di Luciano Cecchinel, percorrendo ricche vene poetiche, ecologiche e resistenziali.

Paolo Steffan, Luciano Cecchinel – Poesia. Ecologia. Resistenza, con cinque poesie inedite di Luciano Cecchinel, prefazione di Alessandro Scarsella, Osimo (An), Arcipelago itaca, 2016, pp. 188, euro 18.

L’intervista video a editore, autore e poeta a cura di Arianna Ceschin per “QDP News”.

Link all’articolo completo: http://www.qdpnews.it/index.php/coneglianese/14542-presentato-il-nuovo-volume-di-paolo-steffan-sul-profilo-del-poeta-di-revine-lago-luciano-cecchinel

«Niente mi ha fiaccato!» – Conversazione con Ferruccio Brugnaro

di Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

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Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

In Italia, tra revisionismi da un lato, e oleografia dall’altro, la memoria storica del Novecento non gode di ottima salute. Oggi qual è la memoria civile di quelle lotte?

Ah, è un dramma. Oggi manca il controllo: fino al Sessantotto, di cui rivendico l’importanza, abbiamo ottenuto la riforma sanitaria e tante altre grandissime conquiste, oggi si torna indietro, con molti operai che si ammalano, molti morti. E poi gli organi di informazione non ne parlano più, è un silenzio assordante. Si parla solo di prevenzione, non più di carichi di lavoro: una delle grandi lotte che noi abbiamo fatto nel Sessantotto è stata sui carichi di lavoro, e ne abbiamo ottenuto la diminuzione, generando più tranquillità.

Oggi è stato tolto il controllo che noi eravamo arrivati ad avere… Anche la questione dell’Articolo 18, non è il discorso del lavoro tutelato, ma si trattava di una conquista civile di grande portata, che per la prima volta nella storia metteva sullo stesso piano lavoratore e padrone!

La situazione attuale è molto pesante, occorre un nuovo soggetto di riferimento organizzato, perché il sindacato si è appiattito sulle politiche governative, è solo formale. Questo sbandamento in cui ci troviamo viene dalla mancanza di un riferimento politico.

Si rischia sempre più di andare in contro a forme di emarginazione…

Certo, per questo bisogna riconquistare la dignità, si torna da capo: sono un uomo e ho diritto a essere rispettato in quanto tale. È qualcosa che deve muoversi a livello globale, così non può andare avanti.

Ma non sono disperato, penso che ci siano dei segni di un’opposizione che si rimetterà a lottare.

Io ho ventotto anni e sono qui in dialogo con lei, rappresentiamo mondi diversi, in cui la tecnologia ha cambiato molte cose, eppure nei suoi scritti ritrovo vivi dei gangli che sono gli stessi in cui s’innervano molti problemi della mia generazione, che però non reagisce…

È un fattore che va riflettuto. Va colta l’importanza degli strumenti nuovi, da internet, cellulari, smartphone, fino ai metodi di produzione. Ma se non riflettiamo che sono mezzi nostri, rischia di essere tutta un’illusione. Ci si trova in mano grandi strumenti, ma appaiono rimpiccioliti i serbatoi creativi.

Io sono appassionato di arte, seguo la poesia, il cinema, l’architettura… E percepisco negli ultimi anni una crisi culturale in corso: basta sentire le canzoni che si registrano, i film che si montano. Si assiste spesso a rivisitazioni di vecchi successi che non fanno che svilire la produzione madre.

Sia chiaro che per me c’è l’uomo, non ho mai pensato che ci sia sopra l’artista, il genio. Ognuno ha il suo ruolo, e tutto sta a quanta densità di impegno l’uomo mette nelle cose in cui crede. Ma se si fa scambio tra l’anima e gli strumenti tecnologici, è un disastro!

Veniamo alla sua poesia. Al suo interno si sente sempre forte la presenza della voce, uno mezzo importante per lottare.

La voce è un grande strumento, che va impiegato per sostenere un’idea coerente, è fondamentale la coerenza in questo. Per essa si deve essere disposti a pagare con la vita. Niente mi ha fiaccato!

Il mondo cambierà se anche noi cambiamo, il mondo è fatto con noi, con la presenza delle nostre volontà!

Trovo che la sua poesia della fabbrica, mi riferisco in particolare alla lettura dello storico volume Vogliono cacciarci sotto del 1975 (con una bella postfazione di Andrea Zanzotto), sia molto simile, per scenario e per intenti, alla poesia dei sopravvissuti al campo di concentramento. Penso all’ambientazione tra guardiani e filo spinato o alla consonanza con versi come quelli di Primo Levi, quando dice «compagno vuoto che non hai più nome». E così lei scriveva che «il vuoto vuole dominare / impossessarsi della vita»…

Sì. Ovviamente la fabbrica non è il Lager, ma quando manca la prospettiva di speranza, quando il lavoro esclude la vita e si è costretti a pagare in nome di una follia, certo non paragonabile a quella nazista, passa la voglia di vivere. Stavo perdendo la fiducia di chi avevo vicino.

Negli anni Cinquanta-Sessanta le lotte operaie mi hanno rianimato: avevo turni duri, e per raggiungere la fabbrica da qui, da Spinea, facevo quindici chilometri in bicicletta. Quando finivo il primo turno, andavo alle riunioni che erano alle cinque di sera, e poi alle nove ripartivo per il turno serale. Questo impegno mi ha ridato prospettiva.

Al cuore della sua scrittura operaia c’è il corpo. Che corpo è quello di chi come lei è stato così tanti anni in fabbrica?

È vero, il corpo è il centro di tutto.

Il mio corpo? Ne sono orgoglioso, perché ha combattuto e non si è fatto sottomettere. I risultati sono stati enormi, perché è stato un corpo di milioni di persone!

È una splendida definizione questa; ascoltarla oggi, in panorami di solitudine e individualismo, mi causa un brivido…

Perché il corpo collettivo è determinante, è un corpo uscito trionfante!

Ci dicevano che eravamo persone tristi, invece eravamo felici. Nel periodo della fabbrica ho vissuto le gioie più grandi, abbiamo voluto difendere un corpo dall’abbruttimento e dalla rovina.

Lei ha cominciato con una diffusione “corsara” della sua poesia…

Non ho mai voluto prendere soldi con la scrittura, ho sempre ritenuto che le mie cose siano libere come foglie. Ho sempre ciclostilato, poi cogli anni sono passato alle fotocopie e alla stampa col computer. Il ciclostilato l’ho mutuato dal volantino sindacale.

Nel Sessantacinque le poesie hanno cominciato a essere distribuite in fabbrica, all’università, nelle scuole tramite il sindacato, così si sono diffuse anche in forma di manifesti murali, a Mestre, Venezia, Roma, per poi raggiungere l’estero, arrivando fino negli Stati Uniti. Il 14 aprile 1998 sono anche partito per l’America, ho girato molto, parlato con gli studenti, fatto letture a Philadelphia, a Chicago, a Los Angeles, a Sacramento, a San Francisco… In America sono stato tradotto da Jack Hirschman.

Resto convinto che con la poesia tutto parta da una diffusione minimale, va centellinata come una volta l’acqua alle fontane, che non usciva continua, che gorgogliava. Se dai un volantino, una poesia singola, e questa piace, chi la riceve la conserva e ne aiuta la diffusione. I grandi tomi sono invece percepiti negativamente. Io ho pubblicato con piccoli editori per raccogliere il lavoro fatto coi ciclostilati, facendo il punto della situazione, o delle antologie.

Ahimè, a rovinare il mondo della poesia c’è l’invidia: “Io sono meglio, lui è peggio”. Questa è una prospettiva da spazzare via!

L’invidia non mi tocca. Quando leggo dei bei testi sono contento che ci siano autori bravi. Alle volte mi arrivano degli scritti da gente che si aspetta un mio giudizio: io mi trovo imbarazzato e cerco semmai di incoraggiare l’impegno: “Continua a lavorare”, gli rispondo.

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L’impegno come dovere trasversale, in fabbrica e nella scrittura. Che autori si sente di ricordare in questo filone?

Mi vengono in mente le poesie di Di Ciaula con Tuta blu, poi c’è Di Ruscio e altri… Ma in realtà in Italia, in Europa, non c’è molto di letteratura nella fabbrica. Ci sono Ottieri, Volponi e altri, ma sono più sulla fabbrica. Noi negli anni Ottanta raccoglievamo testi operai nella rivista “abiti-lavoro”, puoi fartene un’idea con l’antologia Minimi-massimi, un “campionario ragionato di letteratura operaia” a cura di Giovanni Garancini.

Alcuni anni fa un critico tedesco mi ha riconosciuto come il primo operaio che ha ciclostilato e diffuso le proprie poesie davanti alla fabbrica in cui lavorava e in altre fabbriche. Poi l’hanno contestato, dicendo che già in Russia e Germania vi erano stati dei casi. Ma si trattava di circoli di intellettuali esterni alla fabbrica, non di lavoratori che operavano dall’interno della fabbrica.

A questo punto, se pure mi pare che il suo approccio non possa prevedere veri e propri canoni, mi viene la curiosità di chiederle quali siano le letture importanti su cui si è formato il suo immaginario poetico.

Mia madre amava l’arte, e mi leggeva Dante, Leopardi, Pascoli. Poi io ho letto un po’ di tutto, da Saffo a Hölderlin, Foscolo, Baudelaire e i francesi… Ma non credo nelle classifiche, e quando fanno quelle gare in cui qualcuno prende il secondo premio e si lamenta, dicendo “Mi sentivo vincitore”: trovo sia ridicolo.

Ammetto che ci sono dei grandissimi, come François Villon, o come Leopardi, che non è stato capito. Il suo non era pessimismo, era la vita, la gioia di vivere, ma non si sono sforzati a capire le risorse di vita che ci sono dentro l’opera di Leopardi, ce l’hanno mostrato come un triste, un depresso.

E il suo rapporto con Andrea Zanzotto?

L’ho conosciuto nel 1963, alla presentazione di un fascicoletto di cui mi ricordo ancora il titolo: Il cielo dell’acciaio, che aveva preso un secondo premio a Vicenza. Da lì cominciò un rapporto fraterno, anche se non ci frequentavamo molto: è il rapporto che avevo anche coi miei fratelli, uno dei quali era proprio come lui del 1921.

Andrea ha capito la novità della mia poesia ed è stato molto generoso, mi ha difeso in dispute letterarie, ha sempre fatto tanto per me. Qualche volta andavo a trovarlo, lui mi diceva di andarci più spesso, ma io sapevo che l’avrei disturbato. Una volta col motorino feci anche un brutto incidente a Ponte della Priula, mi ricordo che sono arrivato da lui con la camicia tutta rotta.

Quando andavo a casa sua gli portavo i ciclostilati. Una volta, non convinto di un mio lavoro, mi disse: “Tu devi scrivere di quello di cui vivi!” e aveva ragione. Gli ultimi anni ci vedevamo di rado, ma la fraternità non è mai venuta meno: con lui era un affetto vero, un’amicizia limpida, non ho mai sentito invidie da Andrea.

«Non voglio sapere nulla / Maria / non voglio sapere nulla. / Mi basta vedere sentire / questo cargo smagliante / di luce / che va e viene / ininterrottamente nel futuro». Un’ultima curiosità: nel 2002 Campanotto ha dato alle stampe Ritratto di donna, un libro diverso dagli altri, dedicato a sua moglie.

Sì, con Maria c’è un rapporto sereno e forte. Ma al di là del legame con mia moglie, Ritratto di donna tocca la questione femminile. Dopo la pensione io ho scoperto la donna: non mi ero mai accorto che lavorasse così tanto!

Sono convinto che tutti questi episodi che si vedono di violenza sulla donna vengano dalla pretesa maschile di una sottomissione; il maschio ha il timore di essere sorpassato. Ma lo è già nei fatti, è evidente che la protagonista della società è la donna, che ha una capacità di comunicazione di gran lunga superiore a quella dell’uomo.

La donna per me è grandiosa, e non tarderà a prendere le redini della società! La donna ha un’idea della libertà che è grandissima!

© Paolo Steffan – Febbraio 2017

Tre incisioni di Luigi Marcon, con una nota di Luciano Cecchinel

Non certo da critico, quale non sono, ma di appassionato fruitore brado, mi sembra di poter dire che, ove non si considerino certe opere in cui l’azione è volutamente più marcata e quasi scabra,  il suo tratto incisorio si caratterizzi per una delicatezza impressionistica ma che poi, in rappresentazioni di remota solitudine ‒ penso qui a certi suoi rustici e alberi ‒ si imponga, magari anche solo per grumi, una grande forza espressionistica, sì da far sentire che questi due caratteri dell’espressione, tradizionalmente opposti, abbiano trovato naturali forme di convivenza. […]

La produzione di Marcon si è caratterizzata da un certo punto con le raffigurazioni delle architetture medioevali e rinascimentali che, a partire dal Trentino e dall’Alto Adige, lo hanno portato, divenendo assecondato leit-motif, a percorrere come un viandante di altri evi le strade del Nord Europa: ne è risultata costituita nel tempo una specie di “sinfonia curtense”, che ha lasciato tra l’altro un ben evidente segno in terra germanica con la scelta di una sua incisione a colori della città di Landshut da parte di un ministero della Repubblica Federale Tedesca per un francobollo nazionale commemorativo.

Certo la produzione di Marcon ha trovato ispirazione anche ben al di fuori dell’alveo che gli ha dato quello che potremmo definire il linguaggio d’imprinting, percorrendo vari tragitti di sperimentazione in esecuzioni ad olio e a tempera. Nelle composizioni effettuate con queste tecniche a prendere la mano ‒ pariteticamente a quanto per la poesia è con la rima, le assonanze, le dissonanze e altri effetti verbali ‒ è soprattutto la dialettica fra i colori, in Marcon talvolta agitata, quasi un corpo a corpo, talaltra pacificata, come in esausta rilassatezza, ma comunque con “sortiti” di più o meno informale ma sempre suggestivo cromatismo.

Luciano Cecchinel

(Il testo completo si troverà su “Poetarum Silva” il prossimo 4 novembre; le riproduzioni delle opere di Marcon sono pubblicate su indicazione dello stesso Cecchinel.)

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Luigi Marcon, Architetture rustiche

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Luigi Marcon, Casera tra abeti

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Luigi Marcon, Arie antiche – Landshut

L’altro processo. Dialogo con Marco Boscarato

L’economia familiare di un ristoratore, orticoltore e poeta veneto, che ha anche scritto delle belle pagine su Al tràgol jért di Cecchinel.

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di Paolo Steffan

Casa La Buona Stella, Montebelluna, 22 dicembre 2015 – Marco Boscarato, quarantottenne, componente di una nota famiglia di ristoratori veneti, è comparso di recente nelle cronache veneziane, anche per un processo che ‒ coi consueti tempi pachidermici della giustizia italiana ‒ lo ha coinvolto assieme al fratello nella vicenda legata al fallimento del ristorante Dall’Amelia di Mestre, molti anni fa. Nessuno, mi sembra, ha però mai parlato sui giornali dell’altro “processo” di Boscarato, quello di sviluppo umano e imprenditoriale che, dopo anni di vita e lavoro a Mestre (Ve), lo ha portato assieme alla moglie Alessia Carraro, a far rinascere un’area agricola stupenda a Montebelluna (Tv), sul Montello, secondo i valori della sostenibilità ambientale e di una «economia familiare». L’ho incontrato perché credo che questo “altro processo” sia quello veramente interessante, corroborato peraltro dalla personalità profonda di un ristoratore e orticoltore che ha dimostrato anche di essere un fine poeta.

«Vibranti alimenti / di luce pensosa / diffusa in attesa / del ritmo di un mondo mai stanco» (da Gocce, p. 20)… «Veste e ricopre l’esistente / come desiderio ardente / di morte, e vita rinnovante» (da Ghiaccio, p. 21): già nelle prime pagine della tua raccolta di poesie, Parole di senso incompiuto (Panda edizioni, 2005), si sente forte la ciclicità della vita, qualcosa che ci avvicina ai ritmi della Terra…

Citi poesie che mi ricordo, e ricordo anche come sono nate. Originano da una cantilena, da un ritmo, che non aveva in origine il significato razionale che poi è stato dato alla poesia, ma un senso che derivava dalla stessa musicalità della parola, che ha come cooptato e intercettato un modo di sentire. È come un “rumore di fondo” mai spento, se vogliamo citare un’altra poesia della raccolta, dedicata a mio padre, che ci dice del nostro essere una vita che scorre, una continua produzione di “parole di senso incompiuto” che cercano di interpretare la nostra natura di uomini. Il “ritmo” cui alludevo è quello intercettato dalle stesse parole: è come se con queste poesie mi fosse accaduto di riprodurre un riflesso della Natura in me, con una scrittura che cerca di essere una sorta di risposta consonante in parole a un senso della Natura, al ciclico andare del tempo.

«Credo. / E già divento tormento»: vuoi parlarmi di cos’è per te il sacro, di questo tuo “credo tormentato”?

Ci vorrebbero forse giorni ad esaurire questa domanda… Riascoltare queste parole mi fa ripensare all’esperienza che le ha generate, al suo tradursi in emozioni. Questo fatto del sacro, del credo, è una ricerca che sin da bambino mi ha sempre tormentato e affascinato. Il tormento viene dal nostro essere impastati di sacro e di profano, di bene e di male: continuamente ci confrontiamo con un’idea di noi stessi che non combacia mai con la verità, con pulsioni e desideri che non corrispondono spesse volte a un’idea di moralità che pur sentiamo forte dentro di noi, che è il nostro obiettivo. In realtà però, ogni obiettivo mi sembra un falso obiettivo, perché la vera vita altro non è che la vita che stiamo vivendo. Il tormento tende a conciliarsi e si apre a una possibilità di gioia profonda, quando noi accettiamo pienamente la nostra esperienza.

Questo discorso può avere a che fare con le maiuscole che riservi alla Natura, alla Terra, al “barbaglio del Meglio”?

Sì, le maiuscole riservate a parole come Natura sono un corollario necessario. Come nella poesia Pastoz de laip di Luciano Cecchinel [1], dove mi pare si esprima una profonda soggettività che ti fa entrare in relazione con le cose, allo stesso modo noi, accettando la nostra esperienza con il bene e il male che può aver prodotto nel passato, abbiamo la possibilità di entrare in relazione col mondo intorno, cominciando ad avere un approccio diverso. Il mondo diviene un nostro specchio e, così, usare le maiuscole per riferirsi alla Natura diviene una maniera di tradurre il senso di meraviglia che a volte può regalarci, il senso di miracolo: per cui pensare che un seme di fagiolo, o di zucca, possa trasformarsi in una pianta ci mette in contatto con qualcosa che è più grande di noi: neanche con le più avanzate tecniche, saremmo mai in grado di costruire qualcosa di equiparabile a un seme capace di trasformarsi in pianta. Pensare questo, è pensare davvero il miracolo della vita. Relazionarsi alla Natura vedendone il miracolo ci mette in contatto con quella parte di miracolo che siamo anche noi stessi. Perché noi siamo molto di più di quello che pensiamo di essere e pensiamo di essere molto più di quello che in realtà siamo: è una sorta di continua contraddizione che noi attraversiamo, con qualche barlume d’intuizione… Ma l’importante è continuare a camminare!

Mi sembra che l’esempio del seme ‒ quasi puerile, eppure rivoluzionario ‒ sia quello più avvezzo a incarnare l’idea del sacro. A proposito di sacro: Zanzotto la definì «cartolina inviata dagli dei», ma anche tu dedichi una poesia a Rolle [2] e la concludi scandendo due volte la parola “Gioia” (p. 27). Un sentimento che ti fa dire, altrove: «la mia presenza è gioia» (p. 33). Cos’è che oggi ‒ qui a Nordest, in una terra difficile e spesso ingrata come la nostra ‒ continua a darti gioia?

Quella legata a Rolle e a quella poesia è una gioia totalmente intima, come un’esplosione positiva in cui ti dimentichi di te nel raffrontarti con qualcosa di profondamente bello e “consonante”. Quanto invece alla gioia in generale, io credo che ci siano ancora tanti elementi capaci di esprimerla, anche solo pensando a qualche tramonto o a qualche alba di quelli che ci capitano in questo periodo dell’anno. Basterebbe già questo vibrare di stupore, che è poi anch’esso una maniera di riconnettersi al sacro, alla religiosità in senso etimologico. A volte mi impongo di essere meno pessimista di fronte al vissuto, perché anche se qui a Nordest sembra che nella quotidianità di molti manchino gli elementi per capire a fondo l’importanza del rapporto genuino con la Terra, vedo anche che, specie in zone come questa [ndr. il Montello], nella tradizione familiare esiste ancora una prassi che ricollega a una certa attenzione alle cose, anche solo nel tagliare la legna in un dato modo… C’è ancora, forse latente, una consapevolezza contadina che ha richiami a una relazione reale, diretta, comunicativa con la terra, in forme che io ad esempio non ho conosciuto nella mia storia e sto imparando ora, osservando. Sebbene il dio incontrastato dei nostri tempi sia il denaro, che ci fa spesso agire in nome di un interesse cieco, penso anche che con l’impegno di tutti vi sia una possibilità di “redenzione”, che può nascere qui dalla semplice gioia di comunicare ciò che stai facendo in maniera autentica…

È vero, la gioia di raccontare la propria esperienza oggi può spingere al cambiamento per imitazione, attraverso il modello di chi è già virtuoso. Il modello di Casa La Buona Stella mi sembra esemplare in questo senso…

Ti racconto un aneddoto. Noi, non avendo macchinari, ci avvaliamo su richiesta di collaboratori locali per lavorare la nostra terra. Il nostro approccio è biologico, con forme di coltivazione anche originali per queste zone, come quella a tumulo, che è un aspetto dell’orto sinergico: si prepara il terreno inserendo sotto il tumulo grossi tronchi di legno, così che si crei una condizione destinata a durare per molti anni, senza bisogno di nuove arature. Spesso questi collaboratori si sono mostrati scettici, convinti che non avremmo tirato su nulla dai campi o quasi. Poi però hanno visto che le cose funzionavano e si sono ricreduti davanti all’evidenza delle nostre produzioni: siamo sempre riusciti, ad esempio, a produrre le patate senza nessun tipo d’intervento chimico, o a fare per due anni consecutivi un buon raccolto d’uva senza utilizzare nemmeno il rame. Devo però dire che in molti ormai, anche più professionali di noi, stanno seguendo questo sistema a bassissimo impatto ambientale: non siamo soli.

Una bellissima casa di sassi dentro uno stupendo quadro di terra sul Montello. Cucina e orto: questo è Casa La Buona Stella. Mi racconti com’è nata l’esperienza di questo agriturismo?

Io sin da piccolo ho vissuto a contatto con una ristorazione tradizionale di famiglia, ho sempre mangiato pane e ristorante, quindi la mia vita è stata molto caratterizzata da questa visione. Poi mi è sempre piaciuto studiare, strada che ho seguito in parallelo. A un certo momento ho voluto tornare alle origini. Una volta sposatomi con Alessia, ho sentito forte l’esigenza di riavvicinarmi alle montagne. casa-la-buona-stella-di-marco-boscarato-foto-paolo-steffan-2016La famiglia di mio padre aveva origini coneglianesi e lui ha vissuto a San Vito di Cadore: forse anche per questo, ho sentito il richiamo forte di quelle montagne distanti che si vedevano da Mestre quando non c’era foschia o smog. Abbiamo cercato a lungo in Valbelluna, ma poi abbiamo avuto la fortuna di trovare questo posto, che era già una country house. Cinque anni fa l’abbiamo presa in affitto, abbiamo fatto qualche lavoretto e le abbiamo cambiato il nome in Casa La Buona Stella, legata all’idea positiva di quanto può dire la stella, anche in continuità con il lavoro di tesi di Alessia su “La chiara stella”, o semplicemente per la voglia di uscire la sera e di riveder le stelle. A questo punto ci abbiamo messo la nostra esperienza, con la volontà di rivolgersi al biologico, alla coltivazione in proprio e a una proposta principalmente vegetariana, personalizzando la nostra proposta, senza allinearci a quella tradizionale degli agriturismi del Montello, perché per noi non sarebbe stata una cosa autentica e, copiando modelli consolidati, avremmo solo fatto peggio di chi già da molti anni li interpreta.

Anche le scelte d’arredo mi sembrano piuttosto personalizzate, giusto? Un luogo che corrisponde a un modo di vivere e di coltivare…

Sì, abbiamo cominciato a mettere intorno alle sale i libri che ci piacevano, dei decori scelti da Alessia, qualche quadro che rispondesse al nostro gusto, anche questo per trasmettere l’autenticità che cerchiamo di esprimere in cucina. Insomma, dare la sensazione di essere a una tavolata di amici, con una cucina non particolarmente ricercata ma neppure banale, che sia in stretta relazione con quanto coltiviamo e con la cura dell’ingrediente che ci piace vedere dal momento in cui nasce al suo sviluppo. Il fine settimana offriamo la nostra ristorazione, durante la settimana sistemiamo le nostre cose, lavoriamo l’orto: questa forma di economia familiare ci consente di vivere, ci dà soddisfazione, perché mi sembra che i nostri ospiti siano mediamente contenti della proposta che facciamo. La nostra idea è di creare un luogo che sia accogliente e amichevole, in cui si colga il nome Casa: ovvero non vorremmo che la nostra cucina, anche se si presenta a volte un po’ originale in quanto vegetariana, diventasse mai un elemento distanziante, ma solo un’occasione di condivisione.

Mi interessa l’idea di economia familiare che hai espresso. Che cos’è per te? Come la si comunica?

Credo che la via principale per comunicarla sia attraverso l’esperienza stessa. Ma economia familiare per me significa tante cose. Cinque anni fa, io e Alessia siamo partiti con l’impellente necessità di lavorare e ci siamo poi posti il problema della sostenibilità di ciò che facevamo. A questo si è accostata la volontà di soddisfare dei desideri di normale socialità: qualche cena fuori, andare nei musei ecc. e magari una volta all’anno riuscire a fare un viaggio. Insomma, quello che fanno tante famiglie, anche se c’è chi non può. Inizialmente è stato difficile, ma oggi abbiamo raggiunto un equilibrio sostenibile e, anche se non riusciamo a mettere via soldi ‒ non è periodo ‒ adesso riusciamo a vivere come una normale famiglia. A maggior ragione per noi è così, perché questo è il nostro lavoro e la nostra casa: noi abitiamo al piano di sopra e, quando scendiamo, troviamo i tavoli, la cucina, dunque vita e lavoro in forte interrelazione. Non so se sia un bel modello, ma è un modello in cui mi ritrovo. Mi piacerebbe in futuro avere una situazione che magari mi consentisse di proporre alla comunità anche altri potenziali talenti che in questi anni d’esperienza sono riuscito a coltivare ‒ non sono né tanti né pochi, ciascuno ha i suoi ed è bene che li conosca e li valorizzi! ‒ ma senza la stringente necessità di arrivare a fine mese. Fuori dalla politica, non mi dispiace l’idea utopistica di un reddito di cittadinanza rispetto al quale sia possibile offrire le proprie competenze alla comunità, perché credo che il lavoro sia importante, sia un valore di per sé, non tanto per il fatto che sia retribuito. Sembra strano dirlo, ma secondo me non bisognerebbe lavorare per guadagnare, ma lavorare (il giusto) per il piacere stesso di esprimersi attraverso il lavoro, che è la forma principale di relazione con la comunità. A me piace molto lavorare: mi piace lavorare la terra, mi piace scegliere una foglia di cavolo e portarla in cucina per trasformarla. Mi piace poi evitare lo spreco, perché so che ogni cosa che nasce e cresce può essere valorizzata e preziosa, per cui cerco di fare la massima attenzione a tutto ciò che può essere trasformato fino al compostaggio. Cerco insomma di mettere a frutto i miei talenti col lavoro, con l’impegno che ognuno di noi può mettere nel costruire la nostra, seppure utopistica, “Città del Sole”.

Note

[1] Pastòz de laip, in traduzione Intruglio di truogolo, è una notevole poesia contenuta nella raccolta Al tràgol jért. L’erta strada da strascino (Scheiwiller, 1999) di Luciano Cecchinel. Tra i saggi contenuti in La parola scoscesa. Poesie e paesaggi di Luciano Cecchinel (Marsilio, 2012) spicca per originalità quello di Marco Boscarato, intitolato «Par chi setu?»: la realtà ricomposta e lo sguardo al confine del poeta.

[2] Rolle è una minuscola località collinare del comune di Cison di Valmarino (TV), poco distante dal Molinetto della Croda. La poesia di Zanzotto cui si fa riferimento è L’aria di Dolle in Conglomerati (Mondadori, 2009).

Luciano Cecchinel e la sua lingua antica: «spaccatura bruciante» che taglia e congiunge

di Paolo Steffan

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Una poesia, piuttosto laconica e dai suoni duri e taglienti, fa da introduzione-manifesto alle sei sezioni della raccolta Sanjut de stran (2011), libro dialettale che prosegue l’esperienza di Al tràgol jért. L’erta strada da strascino (1988; ediz. riveduta e ampliata: 1999) per molti versi estremizzandola e rarefacendone il noi dominante, in un io solitario e impazzito; tai e dontura[1] consta di sei distici su base settenaria, ma nei primi quattro al settenario è alternatato l’uso di versi ipermetri (due dei quali comunque accentati sulla sesta) che, nella loro ordinata densità, ne fanno anche un testo sferzante di valenza epigrammatica, di quelli che senza volerlo s’imparano a memoria:

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Malgrado la sua brevità e la chiara insistenza sulla duplice natura della lingua, tai e dontura è un testo tutt’altro che banale. Per comprendere a fondo cosa vogliano dire questi dodici versi, è importante tornare tra le pagine di Al tràgol jért, ben consci che Sanjut de stran è un opera nuova («taglio») rispetto a quella del 1988/1999, ma che con essa ha anche legami strettissimi («giuntura»). Mi pare allora che vi sia un testo in particolare del Tràgol, di cui vadano riletti tutti i 23 versi. Contenuto nella sezione Calif («Foschia»), ha il bel titolo No i se mesteghéa, nò, i to senċ («Non si addomesticano, no, i tuoi segni»)[2]:

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Buona parte degli elementi lessicali, e dunque dei significanti, di tai e dontura – dove mi sembra che i suoni del taglio si raccolgano intorno alle consonanti d, r e z, mentre i termini della giuntura, che si fa resistenza, si concentrino nella figura etimologica del verso «fa de ‘n òs dur che dura» – erano già presenti in accostamenti similari nel testo del Tràgol. Anche partendo dalla prima strofa (vv. 1-10) dell’ultima poesia citata, si può subito individuare una duplicità vicina al gioco ossimorico introdotto per tai e dontura: la prima immagine oppone tenerezza e rottura; la seconda oppone l’odore di letame e fumo alla mielosità; la terza immagine, poi, oppone un brusio a un delirare. Poi, proseguendo con la terzina centrale, questo costante binomio non trova un superamento, ma anzi si conferma in un interrogativo retorico: ci sarebbe la quiete se non vi fosse il dolore?

Ebbene, è dentro quest’ordine della natura – l’esistenza di un’irreversibile persistenza degli opposti – e all’interno perciò di questa «spaccatura bruciante» – una zendadura nella quale vi è però anche un qualche ricongiungimento – che origina e si compie anche il fenomeno linguistico, che lo si chiami «parlar đe na òlta» o semplicemente «lengua», sul quale focalizzano i vv. 14-23: ed esso è l’idioma straordinario della poesia di Cecchinel, che fa della sua ritrosità emarginata un elemento rivoluzionario a tal punto, da divenire lingua capace più di tutte di rivoltarsi sui denti di chi la prende senza veramente volerla. Sarà proprio in ossequio a questa esortazione che, nel testo conclusivo di Sanjut de stran, intitolato fa na maledizion ùltima [3], Cecchinel non si farà mancare un nuovo incitamento alla sua lingua madre, ma coi toni più cupi di chi parla da un «tempo buttato a stravolgimento» e da un paesaggio desolato, fatto di uno sterile «allignare muto / di cespugli, erbe secche e roveti» [4]. Per segnalare la forte continuità con No i se mesteghéa, nò, i to senċ, già al primo verso viene ripreso lo stesso vocativo («parlar de na òlta»), ma con l’aggiunta dell’aggettivo cròt / malato, perché la malattia del vecchio dialetto della Vallata si è nel contempo diffusa irrimediabilmente:

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Stavolta la ribellione è totale. Se già nella raccolta d’esordio Cecchinel diceva alla sua lingua di ribellarsi solo a chi «ti prende senza veramente volerti», in Sanjut de stran, nel testo di congedo di quello che probabilmente sarà l’ultimo suo libro (completamente) in dialetto, coinvolge sé stesso in prima persona, come se la lengua de lora fosse oramai una realtà altra, che neppure più lui merita di masticare, perché nel farlo già la tradisce. E dolorosamente, perché più di tutti la ama e ne è custode. Ecco, quindi, che si profila anche qui una zendadura, dove la solida dontura che legava il soggetto – prima il noi del Tràgol jért, poi l’io di Sanjut de stran – all’idioma, in un rapporto di pieno rispecchiamento, si incrina, forse senza ritorno, comportando un tai che è “epocale cesura”, già fuori e ora dentro l’opera di uno dei più eccellenti poeti italiani della contemporaneità.

Note

[1] L. Cecchinel, Sanjut de stran, prefazione di C. Segre, Venezia, Marsilio, 2012, pp. 35-36. Traduzione dell’autore: «lingua già spaccatura bruciante / che atterrita  // balbetti, perdi la cera,  / ti inceppi e gridi // che poi d’improvviso riempi la bocca / come una prugna matura // ma per farti sberleffo stanco / come di un osso duro che dura // lingua della malora / solo per un miele di stella //  o un covo d’erica: / lingua taglio e giuntura».

[2] L. Cecchinel, Al tràgol jért. L’erta strada da strascino. Poesie venete 1972-1992, postfazione di A. Zanzotto, Milano, All’insegna del pesce d’oro di Vanni Scheiwiller, 1999, pp. 87-8. Traduzione dell’autore: «Nel dolce tenero delle albicocche e delle ciliegie / si frange alle volte l’osso / come una bestemmia nel fondo delle orecchie… / e ugualmente l’odore del letame e del fumo / si frammischia sottile / al miele disperso dell’anice, / dei sambuchi e delle ortiche. / E nel brusio assonnato delle api, / della primavera, in un sereno grande, / strepitano deliranti le gazze. // Ma senza crampi e irrigidimenti di schiena / ci sarebbe l’ansito acquietato / del ciglio soffice o del tronco su cui ristare? // E così“ non si addomesticano, no, / parlare di una volta, i tuoi segni / senza ronzii di testa / e arricciarsi di narici / e stravolgimenti di giunture / e tagli e bruciori di labbra. / E rabbioso come un virgulto ritorto / che sfugga a mani che stentano / riv˜òltati sui denti / di chi ti prende senza veramente volerti».

[3] L. Cecchinel, Sanjut de stran, cit., pp. 153-154. Traduzione dell’autore: «parlare malato di una volta, / io di sicuro ti ho fatto dire / nel mio ingraticciare pazzo / anche quello che tu non avresti voluto, / non avresti dovuto dire // quando mi è convenuto / ti ho fiorito come un biancospino, / ti ho ricamato come uno scialle soffice di acacia: / ma tu tieniti, con i tuoi colori / e i tuoi profumi raccolti, / tutte le tue spine, i tuoi spuntoni // e se poi ti ho anche torto / come un viticcio per il sacrilegio ultimo, / farti dire la tua morte, / tu rivòltati sulle mie labbra / colla sferzata del tuo essere / tutto spavaldo e scoperto… // o, come una maledizione ultima, / lasciami muto senza di te / con l’orgoglio schietto / di chi / piuttosto che piegarsi si spezza».

[4] Così il poeta definisce la nostra epoca; i termini sono tratti rispettivamente da sansèr de lisp, testo cupo in cui è ancora netta, forse qui più di sempre, l’esistenza di un orgoglioso noi contrapposto a un odiato voi; e da la vozhe del castegnèr cròt, il testo più esteso di Sanjut de stran, capolavoro assoluto d’ispirazione whitmaniana, che nell’ordinamento del libro segue tai e dontura. Le citazioni sono, nello specifico, dalle pp. 65 e 43.

Nota. La prima stesura del presente articolo risale al dicembre 2012, quando lo pubblicai nel non più esistente blog “Una strana gioia”. Questa ne è una versione ricorretta e sensibilmente ampliata.

Cecchinel e Zanzotto: questioni di eredità

di Paolo Steffan

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[Questo articolo era stato pubblicato una prima volta sul blog “Una strana gioia” – oggi non più presente in rete – il 27 ottobre 2014.]

Da un certo momento in avanti, negli ultimi anni di vita di Andrea Zanzotto, si è iniziato a definire sempre più spesso Luciano Cecchinel come suo “erede”. Anche per una questione di correttezza, è bene chiarire l’origine di questa definizione. Quella di Zanzotto per Cecchinel è sempre stata una grande ammirazione, fin da quando ebbe la ventura di leggere i versi dialettali di “Al tràgol jért”, sul finire degli anni Ottanta: conobbe il poeta di Lago e maturò un grande sentimento di amicizia anche per l’autore di quelle poesie, che così tanto l’avevano colpito, da scriverne – nel 1992 – un lungo dettagliato e elogiativo articolo  [leggi l’articolo di Zanzotto].

Fu solo nel 2007 – in occasione della morte di Luigi Meneghello – che, stimolato da una domanda dell’intervistatrice («Nella nostra regione, ci sono oggi autori in grado di proseguire il cammino dei tre maggiori scrittori del Novecento: Zanzotto, Rigoni Stern e, appunto, Meneghello?»), Zanzotto ufficializzò la sua grande stima per il più giovane poeta veneto, dichiarandolo suo “erede” (il termine è nel titolo): «Credo ci sia un autore che, scrivendo in italiano e in dialetto, si è già collocato in una valida posizione di attenzione e ascolto: mi riferisco a Luciano Cecchinel, uno scrittore, un poeta, che essendo ancora abbastanza giovane, potrà sicuramente dare altre prove di grande valore». Da questo momento in avanti, il poeta di Pieve di Soligo ha più volte confermato questa eredità poetica che Cecchinel ha accolto suo malgrado da un lato con gratitudine, dall’altro con il senso di una grande responsabilità artistica.

Va infine tenuto conto, e tengo a sottolinarlo, che il concetto di “erede” non va confuso con quello di “epigono”: qui Zanzotto designa il suo candidato – per motivi prima letterari, poi anche affettivi (si legga a esempio il suo testo postumo Outcasts. Prosa poetica su Cecchinel, pubblicato in Luoghi e paesaggi, Bompiani 2013, p. 171: «Questo caro amico, che potrebbe essere mio figlio…») – nel prosieguo di una importante linea veneta novecentesca, rappresentata dalla triade sopra nominata. Tuttavia l’opera in versi di Cecchinel era già in buona parte nata prima del loro incontro (Al tràgol jért, Le voci di Bardiaga, Lungo la traccia e anche buona parte di Sanjut de stran) e si distingue per caratteri peculiari che, a mio parere, molto spesso distano dallo stile zanzottiano; i casi di contatto sul piano letterario sono il più delle volte, credo, dovuti a contiguità culturale e linguistica tra autori nati e vissuti a venti chilometri di distanza l’uno dall’altro ed entrati anzi in diretto contatto tardivamente.

***

Leggi l’articolo completo: «Zanzotto: Era gergo e alta letteratura. L’erede? Penso al giovane Cecchinel”», intervista di E. Da Ros, in “Corriere del Veneto”, 27 giugno 2007 [PDF].

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In questo blog troverai informazioni e materiali poetici e critici di e su Luciano Cecchinel. La poesia del poeta di Revine-Lago (TV), amata da Zanzotto e apprezzata da Brevini, è stata segnalata dal grande critico Cesare Segre tra le maggiori della contemporaneità. Su queste pagine – curate da Paolo Steffan – potrai approfondirne la conoscenza o proporre nuovi contributi.

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